L’iperprotezione danneggia la crescita

Nelle famiglie e nelle strutture che accolgono persone con disabilità, esiste un istinto comprensibile ma spesso controproducente: quello di proteggere a tutti i costi dall’errore. È un meccanismo che nasce dall’amore e dalla preoccupazione, ma che rischia di trasformarsi in una gabbia dorata, privando la persona del diritto fondamentale di sbagliare e imparare dai propri errori. Quante volte abbiamo visto un genitore correre a sistemare qualcosa che il figlio con disabilità stava facendo “nel modo sbagliato”? Quante volte un educatore ha preferito completare un’attività al posto della persona che stava impiegando troppo tempo? Sono gesti dettati dalla fretta, dalla buona volontà, ma che nascondono un messaggio pericoloso: “tu non sei capace, lascia fare a me”.

Il paradosso è evidente: da un lato vogliamo persone con disabilità autonome e indipendenti, dall’altro neghiamo loro le esperienze fondamentali per sviluppare autonomia e indipendenza. Perché è proprio attraverso gli errori che si impara a gestire le difficoltà, a trovare soluzioni alternative, a sviluppare quella resilienza che è essenziale per affrontare la vita. Prendiamo il caso di Marco, giovane con sindrome di Down che a 25 anni non aveva mai preparato da solo un caffè perché “poteva bruciarsi”. O quello di Sara, donna con disabilità motoria a cui non era mai permesso di uscire da sola “per sicurezza”. Sono privazioni che, accumulate nel tempo, creano adulti eternamente dipendenti, privi di fiducia in se stessi e delle competenze basiche per la vita quotidiana.

L’iperprotezione ha conseguenze profonde sull’autostima e sull’identità. Ogni volta che facciamo qualcosa al posto di una persona con disabilità, le stiamo comunicando implicitamente: “non sei in grado”. Questo messaggio, ripetuto nel tempo, diventa una profezia che si autoavvera, minando la percezione che la persona ha di sé e delle proprie capacità. Cosa significa, concretamente, riconoscere il diritto all’errore? Significa permettere a una persona con disabilità intellettiva di gestire una piccola somma di denaro, accettando che possa fare acquisti non ottimali. Significa consentire a un giovane con disabilità motoria di uscire da solo con gli amici, nonostante i rischi. Significa dare il tempo necessario per completare un’attività, anche se il risultato non sarà perfetto.

Naturalmente, non si tratta di abbandonare le persone a se stesse, ma di trovare un equilibrio tra protezione e libertà. Significa passare dal “faccio per te” al “faccio con te”, fino ad arrivare al “fai da solo, ma io sono qui se serve”. Significa creare spazi protetti ma non asfissianti, dove sia possibile sperimentare le conseguenze delle proprie scelte in un contesto che non metta a rischio la vita o l’incolumità. Alcuni progetti innovativi stanno dimostrando che è possibile questo approccio. Comunità che permettono agli ospiti di gestire in prima persona budget per le spese comuni, programmi di autonomia abitativa che accettano che l’appartamento non sia sempre perfettamente in ordine, percorsi di inserimento lavorativo che riconoscono la possibilità di fallimento come parte del processo. Il cambiamento più profondo, tuttavia, deve avvenire nella mentalità di tutti noi – familiari, operatori, educatori. Dobbiamo imparare a resistere all’istinto di proteggere eccessivamente, riconoscendo che il rischio calcolato è un ingrediente necessario per una vita piena e autentica. Perché il vero pericolo non è che una persona con disabilità possa sbagliare, ma che possa vivere una vita senza mai aver avuto la possibilità di provare. Una vita di successi garantiti ma vuoti, di traguardi raggiunti ma senza soddisfazione, di percorsi sicuri ma senza avventura. Il diritto di sbagliare è, in ultima analisi, il diritto di vivere davvero.

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