Il Vaticano e i suoi fantasmi

Se ci adentriamo nella storia di Roma, troviamo tante cose discutibili, bellezze storiche, dipinti pregiati… ma troviamo anche quello Stato sovrano di appena quarantaquattro ettari che custodisce al suo interno uno dei più grandi misteri della storia contemporanea, l’Archivio Segreto Vaticano, recentemente rinominato da Papa Francesco come Archivio Apostolico Vaticano ma che per secoli ha rappresentato per tutti un luogo impenetrabile dove giacciono documenti capaci di riscrivere la storia del mondo. Con i suoi ottantasette chilometri lineari di scaffali, questo deposito sotterraneo raccoglie milioni di documenti accumulati e custoditi fin dal 1611 ed è stato definito da molti come la centrale dell’intelligence d’Europa, un luogo dove i segreti della Chiesa si intrecciano inestricabilmente con quelli degli Stati e delle grandi famiglie di potere. In un’epoca come la nostra che pretende trasparenza e giustizia, come può uno Stato che appartiene all’Europa, sopratutto con cui l’Italia intrattiene rapporti diplomatici e finanziari, sottrarsi così sistematicamente alle regole della trasparenza e della collaborazione giudiziaria invocando una sovranità assoluta che pare sempre più un paravento dietro cui nascondere verità scomode.

Il caso più emblematico di questa opacità rimane senza dubbio quello di Emanuela Orlandi, la quindicenne cittadina vaticana sparita nel nulla il 22 giugno 1983 mentre tornava a casa dopo una lezione di musica a Roma. Da allora la sua famiglia combatte una battaglia contro un muro di gomma fatto di depistaggi, false piste e un silenzio assordante proveniente proprio dalle stanze vaticane che per decenni hanno negato l’esistenza di qualsiasi documento utile alle indagini. Il recente cambio di rotta della procura vaticana, che ha ammesso l’esistenza di un fascicolo su Emanuela Orlandi, ha riacceso i riflettori su una vicenda che sembrava ormai destinata all’archiviazione definitiva. L’avvocato della famiglia Orlandi, Laura Sgrò, ha giustamente sollevato interrogativi inquietanti chiedendo perché le autorità vaticane abbiano atteso fino al gennaio 2023 per aprire un’inchiesta quando la famiglia aveva già richiesto di visionare quel fascicolo sin dal 2017, e soprattutto perché in tutte quelle occasioni pubbliche le stesse autorità avessero sempre ripetuto che non esisteva alcun fascicolo e che il caso era da considerarsi chiuso. Monsignor Sergio Pagano, che per oltre quarant’anni ha lavorato nell’Archivio Segreto ricoprendo il ruolo di prefetto dal 1997 al 2024, ha recentemente dichiarato a Londra di aver visto personalmente un solo fascicolo su Emanuela Orlandi contenente esclusivamente ritagli di giornale, aggiungendo che non esiste nient’altro in archivio. Una dichiarazione che stride con le rivelazioni successive secondo cui il procuratore Diddi avrebbe trovato delle carte sulla vicenda, carte che Pagano stesso ha commentato dicendo “non erano da me” e “non sono mai esistite”. Ma ciò che più colpisce nelle parole dell’ex prefetto è quel passaggio in cui abbassando la voce ha confessato che forse in Archivio l’aria sta cambiando ed era un’aria che non gli piaceva, un’ammissione che lascia intendere come all’interno di quelle mura si consumino lotte di potere e scontri sulla gestione della verità storica. Il fatto che un ex ministro della giustizia italiano abbia dovuto attendere anni per vedere delle carte, e che la procura di Roma non sia mai stata messa al corrente delle risultanze investigative vaticane nonostante nel 2012 stesse conducendo la seconda inchiesta sul sequestro, rappresenta una violazione di quella leale collaborazione che dovrebbe esistere tra Stati che condividono non solo confini geografici ma anche una storia millenaria.

Ma il caso Orlandi non è l’unico scheletro nell’armadio della Santa Sede che continua a gettare ombre inquietanti sulla sua credibilità internazionale. La morte di Albino Luciani, Papa Giovanni Paolo I, trovato senza vita nel suo letto dopo soli trentatré giorni di pontificato il 29 settembre 1978, rappresenta un altro di quei misteri che il tempo non ha mai veramente chiarito nonostante le rassicurazioni ufficiali. La versione della Santa Sede parlò subito di infarto acuto al miocardio, ma le circostanze del ritrovamento e le incongruenze nella comunicazione ufficiale alimentarono fin da subito i sospetti di un omicidio. Il corpo del Papa fu trovato dalla suora Vincenza, non dal segretario particolare come inizialmente comunicato, con gli occhiali inforcati e un libro tra le mani in una posizione innaturale per chi viene colto da un infarto. Inoltre il libro che stava leggendo, l’Imitazione di Cristo, risultò non essere presente in Vaticano in quanto la copia personale di Luciani era rimasta nella sua residenza di Venezia, un dettaglio che da solo basterebbe a gettare ombre su tutta la ricostruzione.

Il medico personale di Luciani, il dottor Giuseppe Da Ros, ha sempre affermato che il Papa non aveva problemi di cuore, anzi soffriva di pressione bassa, mentre il medico vaticano Buzzonetti diagnosticò un infarto senza alcuna autopsia che fu ritenuta irriguardosa per un pontefice.

La teoria del complotto, alimentata dal bestseller del giornalista britannico David Yallop dal titolo In God’s Name, ipotizzò che Giovanni Paolo I fosse stato eliminato perché intenzionato a fare pulizia all’interno della Curia e in particolare dello IOR, la banca vaticana, al centro di traffici oscuri e legami con la loggia massonica P2 e con personaggi come Roberto Calvi e Michele Sindona. Se è vero che le prove concrete di un avvelenamento non sono mai emerse e che studiosi come Andrea Tornielli hanno ricostruito un quadro clinico compatibile con l’infarto, è altrettanto vero che il comportamento della Santa Sede nell’occasione fu quanto meno censurabile, con comunicati contraddittori, omissioni e una fretta sospetta nel chiudere la vicenda senza approfondimenti. Il fatto che a distanza di quasi cinquant’anni si continui a discuterne dimostra che qualcosa in quella stanza, in quella notte di settembre, non ha mai funzionato nella ricostruzione ufficiale.

Quel che appare inaccettabile agli occhi di un cittadino europeo è la posizione di extraterritorialità giuridica di cui il Vaticano gode, una sovranità assoluta che troppo spesso si è trasformata in uno scudo per impedire che la giustizia facesse il suo corso. La famiglia Orlandi ha dovuto attendere fino al 2023 per vedere aperta un’inchiesta vaticana, quando le richieste di accedere ai documenti risalgono almeno al 2017, e ancora oggi non si sa con certezza cosa contenga quel famoso dossier redatto dal comandante Giani nel 2012 che qualcuno ha custodito per anni senza condividerlo con nessuno. Il diritto internazionale prevede certamente il rispetto della sovranità degli Stati, ma prevede anche principi di umanità e collaborazione che in questo caso sono stati sistematicamente calpestati.

Emanuela Orlandi oggi avrebbe quasi sessant’anni, e sua madre non ha mai smesso di cercarla, di chiedere verità, di bussare a porte che si sono aperte solo per spiragli e subito richiuse. Giovanni Paolo I è sepolto nelle Grotte Vaticane con una lapide che tace le vere cause della sua morte. In entrambi i casi la sensazione è che la verità giaccia sepolta sotto metri di carta, in quei faldoni che nessuno vuole aprire perché forse rivelerebbero troppo sulle complicità tra trono e altare, tra potere spirituale e potere temporale, tra chi dovrebbe rappresentare Dio in terra e chi invece ha scelto di nascondere la luce sotto il moggio. Il Vaticano ha il diritto di esistere come Stato sovrano, nessuno lo mette in discussione, ma ha anche il dovere, etico prima ancora che giuridico, di collaborare con le autorità italiane e internazionali per fare luce su misteri che hanno segnato la storia del nostro paese e addolorato intere generazioni. Finché prevarrà la logica dell’omertà e del segreto, finché si continuerà a rispondere con dichiarazioni elusive e contraddittorie, la Chiesa continuerà a perdere credibilità agli occhi dei fedeli e dei cittadini. E la verità, quella verità che dovrebbe essere il fondamento di ogni comunità civile, rimarrà prigioniera per sempre in quel labirinto di carta lungo ottantasei chilometri.

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