Il diritto a invecchiare con dignità

C’è un momento della vita che per molti rappresenta il traguardo di anni di lavoro e sacrifici, la pensione. Ma per le persone con disabilità, soprattutto per quelle che non hanno mai potuto accedere al mondo del lavoro o che vi hanno partecipato in modo marginale, questo traguardo spesso si trasforma in un incubo di precarietà e incertezza. La pensione di invalidità civile, così come è concepita oggi in Italia, rappresenta più un sussidio di sopravvivenza che una vera pensione. Parliamo di importi che raramente superano i 300 euro mensili, cifre che costringono a una vita di stenti e dipendenze, lontano anni luce dal concetto di dignità che dovrebbe accompagnare ogni essere umano, specialmente nella terza età.

Il paradosso è crudele: una persona che ha affrontato per tutta la vita le spese extra legate alla disabilità – ausili, terapie, medicine, trasporti specializzati, si ritrova nell’ultima fase della vita con risorse ancora più limitate, proprio quando i bisogni di assistenza e cura aumentano. È una condizione che non solo lede la dignità personale, ma che rappresenta anche una sconfitta per una società che si definisce civile.

La questione pensionistica per le persone con disabilità è particolarmente complessa perché interseca diversi aspetti critici. Da un lato, c’è il problema dell’accesso al lavoro durante la vita attiva, spesso precluso da barriere fisiche, culturali e organizzative. Dall’altro, c’è la questione dei contributi figurativi, che non sempre riconoscono adeguatamente il “lavoro” di cura e autogestione che la disabilità comporta. Ma il nodo più drammatico riguarda proprio la concezione stessa di ciò che dovrebbe essere una pensione per una persona con disabilità. Dovrebbe essere semplicemente un trasferimento economico per la sopravvivenza, o piuttosto uno strumento per garantire una vecchiaia dignitosa, autonoma e partecipativa?

Le soluzioni possibili esistono e passano attraverso diverse direzioni. Innanzitutto, un ripensamento degli importi pensionistici, che dovrebbero essere commisurati non solo al reddito, ma anche alle spese extra che la condizione di disabilità comporta. In secondo luogo, la creazione di percorsi contributivi che riconoscano il valore sociale del lavoro di cura, sia quello autoerogato che quello familiare. Ma forse, più profondamente, serve un cambio di prospettiva culturale, smettere di considerare le persone con disabilità come “assistiti” da mantenere, e iniziare a riconoscerle come cittadini che hanno diritto a un progetto di vita completo, che includa anche una vecchiaia serena e economicamente sicura.

Perché una società si misura davvero da come tratta i suoi membri più fragili, specialmente quando, dopo una vita di sfide e ostacoli, meriterebbero finalmente di godersi il riposo del guerriero, non di affrontare l’ultima e più umiliante delle battaglie: quella per la sopravvivenza economica. Il diritto a invecchiare con dignità è il diritto a non dover lottare per le cose essenziali, a poter contare su una sicurezza economica che permetta di vivere, non solo di sopravvivere, negli ultimi anni di vita. È il riconoscimento che ogni esistenza ha un valore indipendente dalla produttività e che il benessere di una persona non può essere misurato solo in termini di contributi versati.

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