Esiste un diritto fondamentale che raramente viene riconosciuto alle persone con disabilità, il diritto di sbagliare. Quella possibilità, che per tutti gli altri è considerata un normale passaggio dell’apprendimento e della crescita, quando si parla di disabilità viene spesso negata in nome della protezione e della sicurezza. Viviamo in una società che, con le migliori intenzioni, tende a creare around le persone con disabilità una campana di vetro, un universo protetto dove ogni ostacolo viene rimosso, ogni decisione presa al posto loro, ogni rischio eliminato. Il risultato? Persone private della possibilità di sviluppare resilienza, autonomia e quella preziosa saggezza che nasce solo dall’esperienza diretta, compresa quella fallimentare.
Quante volte abbiamo visto un familiare o un operatore intervenire prima ancora che la persona con disabilità abbia avuto la possibilità di provare a fare da sola? Quante scelte, dalle più banali a quelle più importanti, vengono sottratte in nome di un “so io cosa è meglio per te”? Questa iperprotezione, seppur dettata da affetto e preoccupazione, finisce per diventare una gabbia dorata che impedisce la reale crescita dell’individuo. Il paradosso è evidente: da un lato vogliamo persone con disabilità autonome e indipendenti, dall’altro neghiamo loro gli strumenti fondamentali per diventarlo. Perché l’autonomia non si impara seguendo sempre la strada già battuta, ma provando, cadendo e rialzandosi. Come possiamo aspettarci che una persona sviluppi capacità di problem solving se non le permettiamo mai di affrontare problemi? Come può imparare a gestire le delusioni se non ne fa esperienza?
Il diritto di sbagliare è particolarmente cruciale durante l’adolescenza e la giovane età adulta, quando la formazione dell’identità passa proprio attraverso la sperimentazione e, inevitabilmente, attraverso errori e correzioni di rotta. Negare questa possibilità significa negare il diritto di diventare pienamente se stessi. Cosa significa, concretamente, riconoscere il diritto di sbagliare? Significa permettere a una persona con disabilità intellettiva di gestire il suo budget personale, accettando che possa fare acquisti non ottimali. Significa consentire a un giovane con disabilità motoria di uscire da solo con gli amici, accettando i rischi che questo comporta. Significa dare spazio a una persona con disturbo dello spettro autistico di prendere decisioni sbagliate in relazioni affettive, come capita a tutti.
Naturalmente, non si tratta di abbandonare le persone a se stesse, ma di trovare un equilibrio tra supporto e libertà. Significa passare dal “faccio per te” al “faccio con te”, fino ad arrivare al “fai da solo, ma io sono qui se serve”. Significa creare spazi protetti ma non asfissianti, dove sia possibile sperimentare le conseguenze delle proprie scelte in un contesto che non metta a rischio la vita o l’incolumità. Alcuni progetti innovativi stanno dimostrando che è possibile questo approccio. Comunità che permettono agli ospiti di gestire in prima persona budget per le spese comuni, programmi di autonomia abitativa che accettano che l’appartamento non sia sempre perfettamente in ordine, percorsi di inserimento lavorativo che riconoscono la possibilità di fallimento come parte del processo.
Il cambiamento più profondo, tuttavia, deve avvenire nella mentalità di tutti noi – familiari, operatori, educatori. Dobbiamo imparare a resistere all’istinto di proteggere eccessivamente, riconoscendo che il rischio calcolato è un ingrediente necessario per una vita piena e autentica. Perché alla fine, il vero pericolo non è che una persona con disabilità possa sbagliare, ma che possa vivere una vita senza mai aver avuto la possibilità di provare. Una vita di successi garantiti ma vuoti, di traguardi raggiunti ma senza soddisfazione, di percorsi sicuri ma senza avventura. Il diritto di sbagliare è, in ultima analisi, il diritto di vivere davvero.
