Mentre la politica discute di numeri, pilastri e coefficienti di trasformazione, nelle case degli italiani si consuma un dramma, come quello di chi un lavoro ce l’ha, ma un reddito dignitoso no. E la pensione, che dovrebbe essere il traguardo di una vita di fatiche, si trasforma da miraggio in minaccia. Non sono più solo i disoccupati a soffrire. Oggi, l’esercito dei “lavoratori poveri” è in costante crescita. Sono coloro che, nonostante un impiego, spesso precario e sottopagato, faticano ad arrivare alla fine del mese. Sono i rider della gig economy, i cassieri a partita IVA, gli operai con contratti a termine intermittenti. Per loro, parlare di reddito è parlare di sopravvivenza. Questo presente insicuro ha un nome e un cognome “incapacità di progettare un futuro”.
Come si può pensare a versare contributi per una pensione degna quando lo stipendio basta a malapena per affitto, bollette e spesa?
Il sistema contributivo, spietatamente matematico, fotografa e perpetua questa ingiustizia:
chi ha avuto redditi bassi e discontinui avrà, inevitabilmente, un assegno pensionistico da fame. È una condanna senza appello scritta nel codice della previdenza.
Ed ecco il secondo tradimento! Questi lavoratori, dopo una vita trascorsa a correre per stare a galla, approdano alla tanto agognata “quota 100” o alla pensione di vecchiaia, e scoprono di essere finiti dalla padella nella brace. L’assegno che ricevono è talmente misero da non coprire nemmeno le spese essenziali, come il mutuo o affitto, medicine, utenze.
Diventano così pensionati senza dignità. Uomini e donne che hanno costruito il paese con le loro mani, si ritrovano a dover elemosinare aiuto dai figli, a rinunciare a cure necessarie, a vivere con l’ansia costante di non farcela. La pensione non è più un riposo meritato, ma un’altra fase di stenti. È la prova finale del fallimento di un sistema che ha smesso di funzionare per le persone.
Dove sono i nostri rappresentanti in tutto questo?
Apparentemente, lontani anni luce dai problemi della gente. Discutono di parametri di bilancio e spread, mentre fuori il tessuto sociale si sfalda. Promettono riforme che, troppo spesso, si rivelano pezze su una falla enorme, incapaci di invertire una rotta tragica. Manca una visione coraggiosa… Manca un vero “reddito di cittadinanza” che non sia un assistenzialismo punitivo, ma un’ancora di salvezza per chi è caduto nelle maglie di un mercato del lavoro selvaggio. Manca una riforma delle pensioni che non si limiti a spostare l’asticella dell’età, ma che reintroduca elementi di solidarietà e garantisca a tutti un assegno minimo vitale, non solo di sussistenza.
Reddito e pensione non sono due mondi separati. Sono due facce della stessa medaglia, cioè, la dignità del lavoro e del lavoratore. Un paese che non garantisce un reddito dignitoso durante la vita attiva è lo stesso paese che condanna i suoi anziani alla povertà. È un circolo vizioso che sta strozzando il presente e uccidendo il futuro. È ora di smetterla di accontentarsi di bonus una tantum e di misure tampone. I cittadini chiedono, a gran voce, un cambiamento strutturale. Chiedono un patto sociale nuovo, dove il lavoro sia tutelato e retribuito equamente, e dove la pensione sia il frutto dolce di una vita di sacrifici, non l’ultima, amara beffa di uno Stato che ti ha abbandonato due volte: da giovane, quando lavoravi, e da anziano, quando avevi più bisogno di lui.
