La Costituzione non ha mai previsto che i partiti fossero i titolari del potere

Da oltre settant’anni, la vita politica italiana sembra ruotare intorno ai partiti. Essi decidono chi può essere eletto, chi può governare, chi deve tacere o uscire di scena. Nella percezione comune, i partiti sono il potere. Eppure, questa visione è un tradimento del dettato costituzionale. La Costituzione della Repubblica Italiana non ha mai previsto che i partiti fossero i titolari del potere politico. Li ha riconosciuti come strumenti di partecipazione dei cittadini, non come centri di comando. Il potere, nella Costituzione, appartiene al popolo e viene esercitato nelle forme e nei limiti stabiliti dalla legge fondamentale, non dai vertici di un partito.

Il cuore del discorso si trova in un solo, breve articolo, il numero 49, il quale stabilisce che tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Questa norma non istituisce alcun potere dei partiti, ma riconosce un diritto dei cittadini, quello di unirsi liberamente per contribuire, con metodo democratico, alla formazione della volontà politica nazionale. Il soggetto attivo è il cittadino, non il partito. Il verbo utilizzato è concorrono, non esercitano né determinano. La Costituzione, quindi, non crea i partiti come organi dello Stato né come enti pubblici, ma li considera libere associazioni di cittadini. La loro funzione è quella di facilitare la partecipazione popolare, non di sostituirla.

A ulteriore conferma di questo principio, l’articolo 1 è inequivocabile nel definire l’Italia come una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, e nello stabilire che la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. La sovranità, dunque, non appartiene ai partiti. Appartiene al popolo, che la esercita attraverso il voto, tramite i rappresentanti eletti, e mediante gli strumenti di democrazia diretta come i referendum, le iniziative popolari, le petizioni. Il Parlamento rappresenta la Nazione intera, non i partiti. Il Governo esercita il potere esecutivo nel rispetto del Parlamento. Il Presidente della Repubblica è garante dell’equilibrio tra i poteri e della fedeltà alla Costituzione. In questo schema, i partiti non compaiono come organi costituzionali, la loro presenza è riconosciuta ma non è istituzionalmente necessaria.

Con il tempo, però, la prassi politica ha rovesciato lo spirito originario. Dai primi anni della Repubblica in poi, i partiti, nati come strumenti di libertà, pluralismo e solidarietà, sono diventati apparati di potere, spesso chiusi e autoreferenziali. La loro degenerazione ha prodotto liste bloccate e selezioni dall’alto che hanno ridotto il potere di scelta dei cittadini, una centralizzazione delle decisioni con segreterie e leader che sostituiscono le assemblee, una profonda assenza di democrazia interna in netto contrasto con il metodo democratico previsto dall’articolo 49, e un’occupazione delle istituzioni pubbliche e delle aziende di Stato da parte delle logiche di partito. Questa deriva ha generato la cosiddetta partitocrazia, cioè un sistema in cui i partiti, invece di essere strumenti di partecipazione, sono diventati i padroni della rappresentanza, e la volontà popolare, in molti casi, viene filtrata, manipolata o annullata dai vertici delle segreterie.

I padri costituenti, pur provenendo da esperienze politiche diverse, avevano una visione comune e volevano una Repubblica fondata sulla sovranità popolare, non su oligarchie di partito. Lo stesso Piero Calamandrei, in un celebre discorso, ammoniva che quando i partiti diventano padroni dello Stato, la libertà dei cittadini è in pericolo. L’articolo 49, nel suo significato più profondo, esigeva pluralismo, libertà, trasparenza e democrazia interna, ma nessuna legge ha mai regolato davvero i partiti su questi principi. Essi sono rimasti associazioni private, che però gestiscono un potere pubblico immenso, un’anomalia tutta italiana che ha progressivamente svuotato la sovranità popolare.

Oggi, in un tempo di sfiducia e disaffezione, è necessario ritornare al testo costituzionale e rimettere al centro il cittadino e non l’apparato. È il momento di promuovere forme nuove di partecipazione, come assemblee civiche territoriali, referendum vincolanti, piattaforme deliberative aperte, bilanci partecipativi e reti di autogoverno locale. Non si tratta di negare la legittimità dei partiti, ma di rimetterli al loro posto, al servizio della comunità e non sopra di essa.

La Costituzione italiana è chiara, limpida, e straordinariamente moderna, e stabilisce che il potere appartiene al popolo, non ai partiti. I partiti non sono il cuore della Repubblica, sono uno dei suoi strumenti, e devono rispettare lo spirito democratico che li giustifica. Finché i partiti resteranno macchine di potere, la Repubblica resterà incompiuta. Solo restituendo la parola, la responsabilità e la fiducia ai cittadini potremo tornare a essere davvero ciò che la Costituzione voleva, una democrazia viva, partecipata e sovrana, in cui nessun partito possa mai sostituirsi ai cittadini italiani.

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