L’eredità di Falcone e una strada possibile

Parliamo sempre della giustizia come di un mostro burocratico, un labirinto di carte bollate e rinvii dove la verità si perde. È un’immagine comoda, quasi una scusa per alzare le mani e dire che non c’è niente da fare. Ma c’è stato un uomo, Giovanni Falcone, che di giustizia non aveva paura e che aveva le idee chiarissime su come renderla non solo giusta, ma anche efficiente. La sua lezione oggi è più viva che mai, e ci indica una strada precisa, lontana dai giochi di potere. Falcone ripeteva che la giustizia è come un ascensore bloccato. Non serve scuoterlo con la forza o cambiarne la cabina; bisogna sbloccarne i meccanismi. Il vero problema, diceva, non è l’indipendenza dei giudici, che è sacra, ma la loro soggezione alla lentezza, alla mancanza di mezzi, a un sistema che finisce per punire tutti, innocenti e colpevoli, con la stessa attesa infinita.

E allora, invece di grandi riforme architettate in politica che rischiano solo di imbrigliare l’autonomia della magistratura, perché non guardare a proposte più semplici, più vicine ai cittadini? Proposte che Falcone stesso avrebbe sostenuto. La risposta non sta nel mettere il bavaglio a chi indaga, ma nel dargli gli strumenti per lavorare meglio e più in fretta. Pensiamo a cosa si potrebbe fare da domani mattina, senza toccare un solo comma della Costituzione. Si potrebbe iniziare da una digitalizzazione spinta e finalmente seria. Processi telematici non solo per depositarli, ma per gestirli in ogni loro fase, eliminando la carta, i tempi morti, gli spostamenti. File che viaggiano in un istante invece di fascicoli che impiegano mesi per spostarsi da un ufficio all’altro.

Poi, serve una rivoluzione nel reclutamento. Assumere più personale amministrativo specializzato per liberare i magistrati dalle incombenze burocratiche. Un giudice dovrebbe passare il suo tempo a studiare le indagini e a scrivere sentenze, non a inseguire pratiche. E ancora, potenziare i tribunali minori, diffonderli sul territorio per smaltire la montagna di cause piccole che intasano il sistema, restituendo giustizia in tempi umani per le questioni di ogni giorno. Queste non sono idee astratte. Sono interventi concreti, che non minano l’indipendenza della magistratura, ma la rafforzano. La rendono più forte, più moderna, più credibile. Una giustizia veloce è una giustizia più giusta. È una garanzia per tutti: per chi ha subito un torto e aspetta risarcimento, per l’imputato che aspetta di essere giudicato, per la società che vuole sentirsi protetta. È ora di smetterla di usare la giustizia come un campo di battaglia politica. I cittadini non chiedono questo. Chiedono risposte. E la risposta è sbloccare quell’ascensore, come ci ha insegnato Falcone, con le chiavi della competenza, della modernità e del buon senso. Per una giustizia che funzioni, finalmente, per la gente.

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