La giustizia e il bivio dell’Italia

C’è un’aria pesante che si respira in Italia, un misto di preoccupazione e di smarrimento. Parliamo spesso di crisi, ma quella che attraversa la giustizia in queste settimane ha un sapore diverso, più amaro e pericoloso. Non si tratta della solita lentezza dei tribunali o della cronica mancanza di mezzi, questioni annose su cui tutti concordano sulla necessità di un intervento. No, questa volta il cuore del problema batte altrove, tocca un nervo scoperto della nostra democrazia. Si parla insistentemente di una riforma che, a ben vedere, di ordinario ha molto poco. L’obiettivo dichiarato è la separazione delle carriere tra i magistrati requirenti, quelli che indagano e chiedono la condanna, e i magistrati giudicanti, coloro che emettono la sentenza. Un tema complesso, tecnicissimo, dietro il quale si cela però una verità molto più semplice e inquietante. Molti osservatori, e non solo dalla parte politica avversa, vedono in questo progetto non un desiderio di efficienza, ma un tentativo plateale di mettere un guinzaglio all’autorità giudiziaria.

È come se, stanchi dei latrati di un cane da guardia troppo vigile, si decidesse non di addestrarlo meglio, ma di togliergli la voce. L’accusa che circola è proprio questa: si sta usando un maglio istituzionale per risolvere una questione scomodamente politica. Si temono le inchieste, si percepiscono i processi non come un momento di verità, ma come un fastidioso ostacolo al potere. E allora, invece di affrontare le questioni sul piano della trasparenza e della legge, si preferisce cambiare le regole del gioco, svuotando di fatto l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Il termine “anticostituzionale” non è un insulto da scambiarsi in Parlamento. È un grido d’allarme che risuona tra gli studiosi del diritto. La nostra Carta Costituzionale, nata dalla lezione terribile del fascismo, ha messo al centro proprio l’indipendenza della magistratura dal potere politico. È un pilastro, non un optional. Quando una riforma rischia di minare questo principio fondamentale, non stiamo più discutendo di destra o sinistra, ma della salute della nostra Repubblica.

L’Italia si trova così a un bivio critico. Da una parte c’è la strada di un potere esecutivo che cerca di piegare a sé ogni altro contrappeso, anche quello giudiziario, in nome di una governabilità che assomiglia sempre di più a un’impunità garantita. Dall’altra parte c’è la difesa di un’idea di giustizia che, pur con tutti i suoi limiti e le sue imperfezioni umane, deve rimanere libera di cercare la verità, anche quando questa verità dà fastidio. Non è una battaglia di tecnici. È una questione che riguarda tutti noi cittadini. Perché una giustizia imbavagliata non è una giustizia migliore, è solo una giustizia più comoda per chi comanda. E in un paese che vuol definirsi democratico, questa è una sconfitta per tutti, un passo indietro verso un passato che credevamo di aver superato. Il momento è grave, e richiede più che mai lucidità e coraggio civile.

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