Votando SÌ al Referendum, diamo un voto ossigeno alla Criminalità organizzata

Mentre ci apprestiamo a recarci alle urne per il referendum sulla giustizia del 22 e 23 Marzo 2026, dovremmo tutti fermarci un attimo a riflettere su una domanda scomoda:

chi beneficerà veramente del risultato?

Perché, al di là degli slogan e delle promesse di efficienza, esiste una verità inquietante che emerge dalle parole di chi la criminalità l’ha combattuta sul campo. Votare SÌ significa giocare un gioco che le mafie e i potenti corrotti aspettano da decenni. Significa regalare un po’ di quella “delegittimazione” della magistratura di cui hanno estremo bisogno per sopravvivere e prosperare. Non si tratta di allarmismo, ma di realismo basato su precedenti storici. Come ha recentemente ricordato il magistrato Nino Di Matteo, non è la prima volta che la criminalità organizzata guarda con interesse al voto politico e referendario. Già nel 1987, i clan mafiosi guardarono con favore alle campagne referendarie del Partito Radicale e del PSI, vedendo in esse un’opportunità per indebolire il potere giudiziario che in quegli anni stava cominciando a metterli seriamente in difficoltà. Perché stupirsi, allora, se oggi le stesse organizzazioni vedono nel referendum un’occasione d’oro?

La mafia non vota mai per un colore politico, vota sempre e solo per i propri interessi. E oggi, di fronte a una riforma che separa le carriere e che mira a smantellare l’indipendenza della magistratura, il loro interesse è chiaro “un potere giudiziario più debole” e questo significa uno Stato più debole, e uno Stato che diventa il miglior alleato della criminalità organizzata.

La campagna per il SÌ ha tentato di presentarsi come una battaglia di civiltà giuridica, come una “riforma a chiara ed indiscutibile vocazione liberale” per garantire la terzietà del giudice . Ma se andiamo a leggere la storia, scopriamo che questa “vocazione” affonda le sue radici in un humus ben poco liberale. Come non ricordare che la separazione delle carriere era uno dei punti cardine del “Piano di Rinascita Democratica” della loggia massonica P2 di Licio Gelli? .

Oggi, a distanza di anni, il figlio di Gelli rivendica addirittura il “copyright” dell’idea . Questa non è una macchia da poco. È la prova che l’idea di spezzare l’unità della magistratura non nasce da un improvviso amore per il giusto processo, ma da un vecchio disegno eversivo volto a mettere sotto controllo i pubblici ministeri. Quando l’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte parla di rischio di “spazi di impunità per i politici”, non sta facendo uno spot, ma sta citando un piano scritto decenni fa. Allora, la domanda adesso è leggittima:

Cosa accadrebbe nella pratica con un SÌ?

I sostenitori del No, tra cui spicca il Procuratore di Napoli Nicola Gratteri, ci mettono in guardia da un effetto collaterale devastante. La separazione delle carriere e la creazione di un Csm “a trazione politica” che rischiano di rendere il Pubblico Ministero più vulnerabile alle pressioni dell’esecutivo. Se il PM diventa più debole e meno autonomo, chi ne farà le spese? Non certo il “furbetto” di turno con agganci e ottimi avvocati. Come spiega Gratteri, a pagare il conto sarà il cittadino comune, l’imputato “povero” che oggi vede nel PM un magistrato che, per formazione culturale, dovrebbe essere anche un ricercatore della verità e non solo un accusatore. Ma soprattutto, ne faranno le spese le indagini più complesse: quelle su mafia, corruzione e criminalità economica. E qui si innesta un altro tassello pericoloso. Tra i quesiti referendari, ce n’è uno che mira a cancellare la possibilità di applicare misure cautelari per il pericolo di reiterazione del reato. Tradotto in poche parole… corrotti, spacciatori, truffatori e mafiosi “colletti bianchi” potrebbero tornare in libertà in attesa del processo, con il rischio concreto di continuare a delinquere. Se passasse, la maggior parte degli arresti per reati economici e contro la pubblica amministrazione (quelli che non prevedono l’uso della violenza) diventerebbe impossibile. Sarebbe il paradiso dei cosiddetti “white collars” e di chi inquina l’economia legale con capitali illeciti.

Mentre la politica discute di riforme e alchimie di palazzo, le mafie, silenziosamente, osservano e pianificano. Oggi la criminalità organizzata non spara più come una volta… si infiltra, corrompe, e condiziona l’economia e la politica dall’interno. Un PM indipendente è l’unico vero ostacolo a questo disegno. Quando un magistrato come Di Matteo afferma che “i mafiosi, i grandi criminali voteranno Sì” , non sta insultando i sostenitori del referendum, ma sta lanciando un allarme. Sta dicendo che la mafia, nel suo cinico calcolo, vede nel SÌ un alleato. Perché un magistrato delegittimato e un PM sotto scacco politico sono esattamente ciò che serve per rendere più sicuri i propri affari.

Quindi, il 22 e 23 marzo, tutti dovremmo voteare secondo coscienza… e ciascuno di noi dovrà chiedersi se vuole stare dalla parte di chi la giustizia la cerca ogni giorno a rischio della vita, come Gratteri e Di Matteo, o se preferisce, magari in buona fede, allinearsi con gli interessi di chi, in silenzio, aspetta solo di poter riprendere a tessere le sue trame indisturbato. Votare SÌ non è solo una scelta tecnica, è un rischio concreto, cioè, il rischio di regalare un po’ di ossigeno a chi della debolezza dello Stato ha fatto la propria ragione di vita.

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