Nord contro Sud? La geografia ingiusta di redditi e pensioni

Mentre a Roma si discute di parametri nazionali, l’Italia reale vive una spaccatura profonda che condiziona il presente e il futuro di milioni di cittadini. 

Il divario Nord-Sud non è solo una questione di infrastrutture o PIL, ma una ferita quotidiana nei portafogli e nelle aspettative di chi al Sud vive, lavora e sogna una pensione dignitosa.

Al Nord, nonostante le difficoltà, un’occupazione stabile è un’opportunità concreta. Al Sud, la disoccupazione cronica e la precarietà sono la norma. I giovani meridionali, spesso i più formati, sono costretti a scegliere tra l’emigrazione forzata al Nord o all’estero, o la rassegnazione a “un’economia del sottosviluppo fatta di lavori occasionali e sottopagati”. Questo non è solo un problema di reddito immediato, ma il presupposto per una pensione futura da fame. Il sistema contributivo, spietato e matematico, non fa sconti al luogo di residenza. Anzi, “cristallizza e amplifica il divario geografico”. Chi al Sud riesce a lavorare, lo fa spesso con contratti a termine, partite IVA forzate e retribuzioni più basse dei colleghi del Nord. Il risultato? Contributi più bassi e discontinui che si traducono, decenni dopo, in assegni pensionistici indecenti.

Oggi, al Sud, si concentra la più alta percentuale di pensionati con assegni sotto i mille euro. Sono uomini e donne che hanno lavorato duramente nell’agricoltura, nell’edilizia, nel piccolo commercio, settori dove il nero e la bassa retribuzione sono stati spesso la norma. “La loro pensione non è un riposo meritato, ma una continuazione della lotta per la sopravvivenza” in territori dove i servizi scarseggiano e il costo della vita, per molti beni essenziali, non è affatto più basso. È una doppia condanna. Prima, da attivi, vengono pagati meno. Poi, da pensionati, “ricevono meno proprio perché sono stati pagati meno”. È un circolo vizioso di povertà che si autoalimenta, generazione dopo generazione. Il meccanismo della perequazione, che dovrebbe proteggere il potere d’acquisto delle pensioni, mostra qui tutti i suoi limiti. 

“Aumentare di qualche punto percentuale una pensione già misera è come dare un bicchiere d’acqua a chi sta annegando in mare”.

L’aumento del costo della vita, trainato anche da bollette e carburanti che hanno lo stesso prezzo a Milano come a Palermo, erode qualsiasi misero aggiustamento, lasciando i pensionati del Sud in una condizione di perenne insicurezza. La risposta della politica a questa emergenza nazionale è stata finora deludente. 

“Si alternano retoriche sull’autonomia differenziata, che rischiano di approfondire il solco, a promesse di sviluppo che non decollano mai”.

Manca una visione unitaria del paese, un piano industriale per il Mezzogiorno che crei lavoro stabile e ben retribuito, l’unica vera garanzia per pensioni future dignitose. Finché si continuerà a trattare il divario Nord-Sud come una questione astratta e non come “l’emergenza nazionale che è”, si tradiranno milioni di cittadini due volte. Da giovani, negando loro un lavoro dignitoso. Da anziani, negando loro una pensione dignitosa. Un paese che accetta che la dignità dei suoi cittadini dipenda dal loro CAP è un paese che ha smarrito il senso stesso di comunità nazionale.

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