Mentre i cittadini di Taranto, dell’Ilva o della Terra dei Fuochi respirano veleni e lottano per la salute dei propri figli, nelle stanze del potere si consuma un altro dramma, quello dell’immobilismo. Un immobilismo non dettato da ignoranza, ma da calcoli politici, interessi economici e la sacra difesa di poltrone che sembrano più importanti del bene comune.
Il dramma è tangibile, è nei reparti di oncologia, nei terreni inquinati che non possono essere coltivati. Sono le vite dei cittadini, trasformate in statistiche di una crisi sanitaria annunciata.
Dall’altra parte, esistono i “tavoli tecnici”, le “commissioni bicamerali”, i “decreti attuativi”. Sono luoghi virtuali dove le emergenze si smorzano in un gergo burocratico, dove l’urgenza muore soffocata da rinvii e emendamenti. La politica dovrebbe essere il primo baluardo a difesa della salute pubblica, invece si rivela un labirinto inestricabile.
Chi siede su queste poltrone? Spesso sono gli stessi che, a vario titolo, hanno legami con i colossi industriali responsabili. Il gioco delle porte girevoli tra politica e consigli di amministrazione è un classico intreccio che soffoca la giustizia.
L’ex ministro che finisce in un gruppo industriale, il sottosegretario con partecipazioni azionarie in società che dovrebbero essere controllate. Questi conflitti di interesse sono la norma, non l’eccezione. La poltrona diventa un trampolino di lancio per carriere lucrative, un asset da proteggere a tutti i costi.
Gli intrecci politici non si fermano ai singoli. Interi partiti sono intrappolati in una rete di accordi. La paura di perdere consenso, i finanziamenti, il ricatto occupazionale sono tutti fili della stessa ragnatela che paralizza le decisioni.
Si preferisce dilazionare i termini per la bonifica, annacquare le sanzioni, modificare i limiti di emissione piuttosto che prendere una decisione impopolare presso i potentati economici, ma giusta per i cittadini. In questo gioco, le istituzioni preposte al controllo spesso vengono svuotate di potere, diventando complici di un sistema malato.
Le istituzioni, in teoria, dovrebbero essere il faro della legalità. In questa crisi, assistiamo a uno sfaldamento. Il Ministero dell’Ambiente che non ha la forza di imporsi, le leggi europee disattese, le sentenze che arrivano con colpevole ritardo.
Quando un’istituzione cessa di proteggere i più deboli, perde la sua ragion d’essere e diventa un mero esecutore degli interessi di pochi.
In questo scenario, l’unica luce viene dal basso, dalla cittadinanza attiva. Sono i comitati, le associazioni, i cittadini comuni che, armati di dati e di una disperata determinazione, fanno causa allo Stato per inadempienza.
La loro voce è un monito, la politica non può più permettersi di essere lontana, sorda e compiacente. È ora di restituire la politica ai cittadini, togliendola dalle grinfie di chi la usa come una poltrona per i propri affari. Il dramma è il termometro più preciso del fallimento di una casta sempre più distante dai cittadini. La cura non può che passare attraverso una democrazia più partecipata, e soprattutto coraggiosa di ogni cittadino.
