L’allarme arriva diretto dai moli dei porti, dalle cabine dei tir e dai laboratori degli artigiani: il prezzo del carburante ha subito un’impennata drammatica e per molti settori produttivi italiani la situazione è ormai al limite della sostenibilità . La causa scatenante è nota, la crisi geopolitica in Medio Oriente che ha fatto balzare il costo del petrolio, ma sul banco degli imputati, questa volta, finisce anche la speculazione. E mentre pescatori, autotrasportatori e piccoli imprenditori lanciano SOS, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sembra più concentrata a puntare il dito contro le aziende del settore piuttosto che a mettere sul piatto misure concrete e immediate per tamponare l’emergenza.
I numeri parlano chiaro e descrivono un vero e proprio tsunami per interi comparti. Nel settore della pesca, l’aumento del gasolio ha toccato punte del 30% in pochi giorni, con il costo del pieno per un peschereccio schizzato da 700 a 1.500 euro . Una stangata che rischia di far restare le barche in porto: come spiega Tonino Giardini del board nazionale di Coldiretti Pesca, “non conviene più uscire in mare”, perché i costi lievitano mentre il pesce è scarso e il prezzo finale non può essere aumentato a piacimento per non perdere competitività rispetto al pesce congelato importato . Unci AgroAlimentare lancia l’allarme: molte marinerie potrebbero essere costrette allo stop, con effetti a cascata su occupazione e intera filiera .
Se la pesca affonda, l’autotrasporto non sta meglio. La Fita Cna regionale ha già inoltrato una denuncia al garante, parlando senza mezzi termini di “pura e semplice speculazione” . Un camionista, con gli attuali prezzi, spende circa mille euro in più alla settimana solo di gasolio, un aggravio che per un mezzo pesante che percorre 100 mila chilometri l’anno si traduce in oltre 2.400 euro aggiuntivi . Un costo che, a seconda dei contratti, rischia di ricadere interamente sulle spalle degli autotrasportatori, mettendo in ginocchio le tremila aziende del settore solo nelle Marche . A soffrire è anche l’agricoltura, colpita dal caro-gasolio per i trattatori (con aumenti che sfiorano il 40%) e dalla crisi dei concimi, e con essa l’intero sistema della distribuzione e delle piccole industrie che vedono i propri costi di produzione lievitare in modo incontrollato . La CNA Piemonte parla di “situazione al limite della sostenibilità” per micro e piccole imprese, costrette a fare i conti con una volatilità che impedisce qualsiasi programmazione .
Di fronte a questo scenario, la risposta del governo guidato da Giorgia Meloni appare quanto meno titubante. Dopo giorni di pressing da parte dell’opposizione, la Premier ha annunciato che si sta valutando l’attivazione delle “accise mobili”, un meccanismo che consente di utilizzare l’extra-gettito Iva derivante dall’aumento dei prezzi per ridurre le accise . Uno strumento, come ha tenuto a precisare la stessa Meloni, introdotto dal suo governo nel 2023 . Tuttavia, al di là delle dichiarazioni di intenti, il decreto applicativo slitta e il nodo delle coperture economiche resta tutto da sciogliere . Un intervento che, secondo gli esperti, varrebbe al massimo 4-5 centesimi al litro, una goccia nel mare degli aumenti reali che hanno superato i venti centesimi .
Parallelamente, la Presidente del Consiglio ha scelto una linea comunicativa diversa e più muscolare: quella della minaccia. Nel corso delle comunicazioni al Senato, Meloni ha puntato il duro contro le aziende energetiche, mettendole in guardia da eventuali speculazioni e ipotizzando, se necessario, un aumento della tassazione per recuperare i proventi di chi approfitta della crisi . Un messaggio politicamente forte, ma che rischia di rivelarsi un boomerang. Come spiegano numerose analisi economiche, dimostrare in concreto una speculazione è estremamente complesso in un mercato globale dove il prezzo è determinato da una miriade di fattori internazionali . I gestori dei distributori, ultimo anello della catena, hanno margini di guadagno fissi e ridotti, e spesso subiscono gli aumenti senza trarne beneficio . La minaccia di nuove tasse rischia quindi di apparire più un tentativo di scaricare la responsabilità su presunti “speculatori” piuttosto che una soluzione praticabile, mentre il vero problema, ovvero la strutturale dipendenza energetica dell’Italia, resta irrisolto .
Nel frattempo, sul tavolo del governo c’è anche la richiesta, avanzata da Legacoop Romagna e da altre associazioni di categoria, di reintrodurre con urgenza un credito d’imposta del 20% sulla spesa per il carburante per la pesca e per l’autotrasporto, una misura che avrebbe il pregio di essere immediata e concreta . Ma anche su questo fronte, dall’esecutivo arrivano solo annunci e generiche aperture.
Mentre il Governo si affida agli annunci e alle accuse, il motore produttivo del paese continua a pagare un prezzo altissimo. Pescatori, autotrasportatori, agricoltori, artigiani e piccoli commercianti non chiedono proclami, ma fatti: un taglio immediato delle accise, risorse certe per compensare i rincari e una strategia di lungo respiro che svincoli l’Italia dalle fluttuazioni dei mercati globali. Finché la Premier continuerà a cercare colpevoli esterni, le imprese italiane resteranno in balia di un’onda che rischia di travolgerle definitivamente. La politica degli annunci non paga più: servono soluzioni. Subito.
