No all’ecomostro sullo stretto

Il ritorno del dibattito sul Ponte sullo Stretto, cavalcato dal Ministro Matteo Salvini che lo definisce “l’opera del secolo, un sogno che diventa realtà per unire l’Italia”, riaccende i riflettori su una questione che va ben oltre la semplice infrastruttura. È uno scontro tra una visione faraonica e le esigenze della popolazione. Contro questo progetto, infatti, si leva forte e chiara la voce dei cittadini della Calabria e della Sicilia, stanchi di essere considerati solo come un corridoio di passaggio. Le loro comunità, che vivono ogni giorno le carenze di servizi essenziali e infrastrutture locali, chiedono ascolto. Un sentimento ben riassunto da un attivista locale che afferma

“qui non abbiamo bisogno di un ponte per correre più veloci altrove, ma di strade sicure per i nostri paesi, di ospedali che non chiudano e di treni che funzionino”.

I territori interessati temono a ragione la nascita di un nuovo ecomostro, un’opera invasiva che altererebbe per sempre ecosistemi fragili e paesaggi unici, senza portare i benefici promessi.

Il Ministro Salvini assicura che

“il Ponte sarà sicuro e sostenibile, finito il tempo delle chiacchiere”,

ma queste garanzie suonano vuote per chi vede in quei miliardi di euro la possibilità concreta di risolvere problemi ben più urgenti. Immaginare quelle stesse ingenti risorse pubbliche destinate a rinnovare un sistema sanitario al collasso, a costruire asili nido, ad alzare gli stipendi degli insegnanti o ad adeguare le pensioni più misere, è un esercizio di responsabilità che la politica sembra voler evitare.

Un economista ha recentemente osservato che

“la storia italiana è costellata di grandi opere i cui costi sono esplosi, a danno della finanza pubblica e dei servizi per la collettività”.

La vera unione del Paese non si costruisce con un ponte, ma colmando il divario nella qualità della vita dei suoi cittadini. Investire sulla manutenzione del territorio, sulla digitalizzazione, su una rete ferroviaria moderna e capillare e sulla transizione ecologica sarebbe un segnale di progresso molto più tangibile.

Come ricorda un sindaco calabrese,

“la forza di un Paese si misura dalla cura per i suoi abitanti e per il suo patrimonio esistente, non dalle dimensioni di un’opera inutile”.

Scegliere di non costruire il Ponte non è un atto di rinuncia, ma una scelta coraggiosa e matura. È la decisione di dare finalmente priorità ai bisogni reali delle persone, dimostrando che il futuro dell’Italia non è appeso a un filo sospeso sull’acqua, ma è radicato in servizi solidi e in comunità più giuste e sostenibili.

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