La doppia ingiustizia di un sistema iniquo

Mentre la crisi delle pensioni colpisce trasversalmente la società, c’è una categoria che subisce ingiustizie multiple e sistematiche “le donne”. Per loro, il binomio lavoro-pensione si trasforma in una trappola perversa, dove discriminazioni di genere e carenze strutturali creano un divario che dura tutta la vita, dalla carriera alla vecchiaia. Il cosiddetto “gender pay gap” non è solo una questione di equità retributiva. È il primo anello di una catena che porta direttamente alla povertà femminile in età avanzata. Le donne, in media, guadagnano meno degli uomini. A parità di lavoro, a parità di responsabilità. Questo significa che, in un sistema contributivo 

“versano meno contributi e quindi maturano un diritto pensionistico inferiore”.

Ma il problema non è solo la paga oraria. È la carriera spezzata, frammentata, spesso sacrificata sulla famiglia. Sono le interruzioni forzate per la maternità, il ricorso al part-time per sopperire alla cronica mancanza di servizi di sostegno, la scelta obbligata di lavori meno retribuiti ma più “flessibili” per conciliare i tempi di vita. Sono anni di contributi mancanti o ridotti che, sommati alla retribuzione più bassa, costruiscono giorno dopo giorno “la trappola della pensione misera”.

Il lavoro di cura non retribuito, come quello dei i figli, la casa, i familiari anziani, grava ancora in modo sproporzionato sulle donne. Questo immenso lavoro sociale, fondamentale per il Paese, non solo non viene riconosciuto economicamente, ma viene penalizzato due volte. Prima, costringendo a rinunce professionali, poi “trasformandosi in un buco nero contributivo” che si ripercuote sull’assegno pensionistico. Il sistema attuale, cinico e miope, considera solo il lavoro che produce un reddito monetario. Il lavoro di cura, che produce benessere e tiene in piedi la società, vale zero. Le donne si trovano così ad aver lavorato il doppio, dentro e fuori casa, per vedersi riconosciuti, ai fini pensionistici, solo gli sforzi più visibili e spesso meno valorizzati. Anche l’ultimo apparente “vantaggio” si rivela, per molte, un’ulteriore ingiustizia. La pensione di reversibilità, spesso dipinta come un aiuto, è in realtà la fotografia di un sistema patriarcale. 

“Molte donne ricevono la pensione del marito defunto perché la loro è troppo bassa per vivere”.

È un meccanismo che le mantiene in uno stato di dipendenza economica anche da vedove, dopo una vita spesso trascorsa in una condizione di subalternità finanziaria. È l’ammissione che il loro lavoro, il loro contributo, non è stato sufficiente a garantire l’autonomia neppure in vecchiaia. La politica, ancora una volta, è lontana. Discute di quota 100 e di età pensionistica come se tutti partissero dalla stessa linea. Ignora volutamente che per le donne quel traguardo è più lontano e il premio finale è più misero. 

“Mancano politiche familiari vere, servizi per l’infanzia accessibili, e un riconoscimento contributivo concreto per il lavoro di cura”.

Fino a quando non si affronterà strutturalmente questa doppia discriminazione, ogni riforma pensionistica sarà solo un ulteriore tradimento. Le donne non chiedono favori, chiedono “giustizia retributiva e previdenziale”. Chiedono che il loro doppio carico di lavoro sia finalmente visto, riconosciuto e valorizzato, perché un sistema che penalizza le donne è un sistema che condanna al declino l’intera società.

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