C’è un silenzio assordante che accompagna le liste d’attesa nel nostro Paese. Non è il silenzio della rassegnazione, ma quello di un diritto che sta venendo progressivamente smantellato. A tutti i cittadini italiani, senza distinzione di reddito o regione, viene quotidianamente negato l’accesso alle cure attraverso un meccanismo perfetto nella sua crudeltà burocratica: la chiusura delle prenotazioni o, quando vengono concesse, appuntamenti fissati a tre, quattro, persino cinque anni di distanza. Questo non è più un semplice disagio, è una violazione palese dell’articolo 32 della Costituzione. Quello che stiamo vivendo è l’implosione programmata del diritto alla salute. Quando a una persona con un problema articolare viene fissata una visita tra quattro anni, non le stanno semplicemente chiedendo di pazientare. Le stanno dicendo che la sua qualità della vita, la sua capacità di lavorare, il suo benessere quotidiano non hanno urgenza. Quando a chi ha bisogno di un esame diagnostico cruciale viene chiuso il sistema in faccia, non è un incidente tecnico. È l’abbandono di un cittadino da parte dello Stato.
La scusa che sentiamo ripetere è sempre la stessa: mancano i fondi. Ma questa risposta non regge più. Perché mentre ai cittadini viene negato l’accesso alle cure, migliaia di professionisti sanitari sono costretti a turni estenuanti in reparti sottodimensionati. Il problema non è solo la mancanza di risorse, ma una gestione che sembra voler spingere sempre più italiani verso il costoso ricorso al privato. È una forma di selezione di classe mascherata da inefficienza: chi può pagare salta la fila, chi non può attende nell’incertezza e nel dolore. Queste liste interminabili non sono numeri su un foglio. Sono persone reali. Sono l’anziano che rinuncia a operarsi perché non regge più il dolore dell’attesa. Sono il giovane che vede peggiorare la sua condizione mentre aspetta una risonanza. Sono lavoratori che non possono più svolgere la loro professione in attesa di una visita specialistica. È la lenta erosione della dignità di un popolo che paga le tasse proprio per avere la garanzia di essere curato quando ne ha bisogno.
Non possiamo più accettare che la salute diventi un privilegio per pochi. Non possiamo accettare che vengano chiusi i rubinetti delle prenotazioni come se si trattasse di razionare l’acqua in tempo di guerra. La sanità pubblica deve tornare a essere un servizio essenziale, non un labirinto di ostacoli. È il momento di dire basta. Basta ai ticket che diventano barriere insormontabili. Basta alle liste che sembrano non finire mai. Basta alla rassegnazione. Dobbiamo pretendere che la sanità torni al centro dell’agenda politica, che vengano assunti medici e infermieri, che si investa in tecnologie e organizzazione. Dobbiamo reclamare ciò che è nostro per diritto costituzionale: la possibilità di curarci con dignità e tempestività, senza dover aspettare anni per ricevere risposte che potrebbero cambiare le nostre vite. La protesta deve diventare la nostra voce collettiva. Perché ogni giorno di attesa in più è un giorno in cui lo Stato tradisce la sua promessa fondamentale: garantire la salute come diritto inviolabile di ogni cittadino.
